CRAC
I CARBONAI
di Guido Ferretti

La produzione del carbone di legna nelle nostre vallate iniziò con l'abbattimento della faggeta millenaria che copriva i monti (XVII e XVIII secolo) e durò fino alla metà del secolo scorso.

Il diboscamento inizialmente fu reso necessario per ampliare i pascoli e le zone prative. Nello stesso tempo si utilizzò il legname ricavato per fare carbone. Gli uomini specializzati in questa trasformazione non furono sempre i contadini locali, ma spesso venivano dalla Lombardia e dal Friuli.

Da ragazzo sentii narrare, dagli anziani del paese, di carbonai che venivano dalla Val Brembana, provincia di Bergamo, infatti erano detti Bregamaschi.

In particolare ho sentito raccontare di un certo Andrea, proveniente dalle valli di Bergamo, che lavorò, nei primi decenni del secolo scorso, nella zona di Montaldo dove esiste tutt'oggi un toponimo che lo ricorda: "U taggiuò d'Andrea" (che significa zona tagliata, diboscata da Andrea). In seguito, sul finire degli anni trenta, ebbi modo di conoscere personalmente intere famiglie di carbonai, sia bergamaschi che friulani che lavoravano nelle faggete del Monte Garba, poste sul versante avetano.

I carbonai arrivavano in paese prima dell'inizio della primavera e compravano dai proprietari del posto una faggeta da diboscare col patto che l'avrebbero pagata con la vendita del carbone. Si stabilivano subito sul posto di lavoro e vi costruivano la loro abitazione. La nuova dimora era una capanna con le pareti fatte di tronchi d'albero sistemati orizzontalmente ed incastrati fra loro su gli angoli del manufatto, come le tipiche baite che si vedono sulle Alpi. La grandezza era tale da ospitare l'intero nucleo familiare, spesso composto da marito e moglie con due o tre figli.

La capanna, ch'ebbi modo di vedere, era ricoperta da tavoloni ricavati da tronchi di faggio sui quali era sistemata della carta catramata e sopra questa delle zolle di manto erboso che la proteggevano dal sole. L'interno era dotato di una stufa di ghisa che serviva sia per cucinare sia per riscaldare l'ambiente.

Durante le belle giornate i cibi venivano cucinati all'aperto su un fornello di pietre.

Vicino alla capanna, certe volte, vi era un recinto con dentro una piccola tettoia nel quale venivano chiuse, durante la notte, due o tre capre che producevano il latte per il fabbisogno familiare e, in particolare, per il nutrimento dei bambini piccoli. Dopo la prioritaria sistemazione incominciava il taglio della faggeta, che era fatto rispettando le norme forestali. In quegli anni non vi erano le motoseghe ed era proibito abbattere gli alberi segandoli, bisognava adoperare la scure. Senz'altro il lavoro del boscaiolo era ed è tutt'oggi tra i più faticosi, nonostante l'impiego d'attrezzature moderne.

Abbattuta la faggeta si passava alla seconda fase dove i tronchi d'albero venivano liberati dalle piccole fronde e tagliati a pezzi di circa un metro e venti di lunghezza, i tronchi di grosso diametro bisognava dividerli in più parti, mediante spaccatura longitudinale.

Prima che terminasse quest'ultima fase del lavoro, i carbonai preparavano le prime piazzole e cominciavano a portare, vicino ad ognuna di esse, il quantitativo di legna necessario per la costruzione della singola carbonaia. Il trasporto della legna sulle piazzole veniva fatto con slitte particolari, guidate con maestria dai carbonai; tipiche dei paesi alpini e non usate dalle nostre parti. Tutti i componenti la famiglia, durante il lavoro, portavano gli zoccoli in qualsiasi situazione con sorprendente agilità, anche dove i montanari liguri giudicavano prudente calzare gli scarponi.

L'intera famiglia, esclusi i bambini, lavorava dall'alba a tarda sera. Le donne sapevano usare abilmente la scure e la roncola.

All'inizio di giugno le prime carbonaie incominciavano a fumare.


Conservo ancora dopo tanti anni un vivo ricordo di un carbonaio friulano e della sua famiglia che lavorarono sui nostri monti. Noi ragazzi andavamo spesse volte dalla loro capanna. Eravamo amici dei suoi due giovani figli.

Il padre approfittava della nostra visita per chiederci di comprargli, giù in paese, del tabacco trinciato forte di seconda qualità: noi puntualmente glielo portavamo il giorno dopo.

Era un buonuomo, molto affabile, fumava la pipa e scherzava sempre.