CRAC
LITURGIA E USANZE PASQUALI
di Guido Ferretti

Cercherò di ricordare la liturgia ecclesiastica e le usanze popolari che venivano rinnovate annualmente durante le feste pasquali, negli anni della mia fanciullezza vissuti in paese.

A partire dalla mattina del giovedì Santo le campane della Parrocchia tacevano per due giorni. Cristo era morto. Si attendeva la sua Risurrezione. Il compito di chiamare i fedeli in Chiesa era affidato a noi ragazzi del villaggio che dovevamo sostituire la voce delle campane.

In quei giorni di vacanza scolastica, questo impegno lo accettavamo con tanta gioia ed entusiasmo, era un momento di aggregazione, ci sentivamo importanti.

Il piazzale della Chiesa era il punto dove c'incontravamo.

Ognuno di noi era dotato di un particolare strumento sonoro.

I ragazzi più grandi avevano la raganella (a sgràxera) quelli più piccoli il "tictac".


La raganella, costruita dai falegnami del posto, era uno strumento in legno costituito da una ruota dentata montata su un perno, attorno al quale era fissato un telaio con una lamina di legno, che strisciando contro i denti della ruota produceva un suono stridente simile al gracidio dell'omonimo anfibio. Si suonava impugnando il perno e facendo roteare lo strumento intorno a questo.

L'operazione richiedeva una certa capacità. Per questo la raganella era suonata dai ragazzi più grandicelli. Il tictac era un mezzo sonoro più semplice, formato da un piccolo manico all'estremità del quale era fulcrato un martelletto di legno. Agitando il manico il martello batteva a ritmo cadenzato su due ripiani fissati lateralmente, in posizioni opposte.

Questo era lo strumento dei più piccoli.

Le funzioni religiose, nell'ora precedente il loro inizio, venivano annunciate per tre volte, ad alta voce, dal gruppo dei ragazzi mentre percorrevano le strade del paese. Essi fra le ripetute "grida" intercalavano il suono corale degli strumenti, onde richiamare maggiormente l'attenzione dei fedeli.

Mi ricordo che ci alzavamo prestissimo per andare a suonare il mattutino e alla sera, al calar delle tenebre, suonavamo l'Ave Maria. Ripetevamo con la nostra voce, accompagnata dagli strumenti, tutti gli annunci che normalmente venivano fatti con le campane

Perfino durante la messa il momento della consacrazione veniva annunciato dal chierichetto con un colpetto di raganella

Lungo le strade del paese facevamo due fermate in punti prestabiliti dove, con i nostri strumenti eseguivamo un rumoroso concerto. I due punti erano situati in stretti vicoli affinché il rumore fosse più assordante. Passavamo quei due giorni a giocare davanti alla Chiesa.


Un'ora prima delle funzioni il parroco si affacciava sul terrazzo della canonica e c'invitava a dar luogo agli annunci.

La Chiesa era frequentata tutto il giorno dai fedeli che andavano a far visita al Sepolcro.

Ricordo che il Sepolcro era ornato da vasi di bianchi virgulti di grano cresciuti nel buio della cantina.


Pare che questa usanza tragga origine dalle parole del Signore che disse: "è necessario che il grano muoia perché porti molto frutto".

Egli stesso si era paragonato al seme di grano che deve essere nascosto sotto terra e morire per dare copiosi frutti.

Ricordo ancora molto bene un'azione liturgica del pomeriggio del giovedì Santo nella quale si leggeva il racconto della passione di Cristo, era un rito particolare dove col celebrante presenziavamo soltanto noi ragazzi e il sacrestano.

Vicino alla balaustra dell'altare maggiore veniva acceso un candelabro di legno a forma di triangolo posto in posizione verticale e sorretto da una colonnina con piedistallo, il vertice era alto circa due metri.

Lungo i due lati laterali del candeliere triangolare erano sistemate le candele equamente distribuite, più una posta sul vertice.

Al termine della lettura di ogni brano della "Passione" il sacrestano spegneva una candela, incominciando dal basso del candeliere e alternando i due lati.

Era una lettura in latino che durava parecchio.

Alla fine rimaneva accesa soltanto l'ultima candela posta sul vertice. A questo punto, fra noi ragazzi, l'emozione dell'attesa era palpabile. Terminata la lettura, il sacrestano spegneva l'ultima candela e noi tutti in coro suonavamo frenetica mente i nostri strumenti dando luogo ad un vero baccano.

Cessavamo soltanto al richiamo del Parroco.

Questo rito in gergo locale era detto "bàtte i Giudiei", ossia battere, percuotere, malmenare i Giudei uccisori del Cristo. Il nostro compito terminava durante la mattinata del sabato Santo quando le campane risuonavano a gloria e tutti correvano a lavarsi con acqua pura. Il Nazareno era risorto.